QUEL GIORNO UN ANGELO…

Un piccolo di 18 mesi, dopo aver subito una difficile operazione di 14 ore, era ospite della nostra casa per la convalescenza.
Era sabato sera, non avrei dovuto essere in ufficio ma, incredibilmente, un lavoro contabile che volevo finire, era durato molto, molto di più del previsto. Il papà sarebbe dovuto arrivare il giorno dopo.
Improvvisamente si è aperta la porta. Era la mamma e mi chiese se il bimbo mi sembrasse gonfio.
Un sesto senso mi fece capire che avevo davanti un’urgenza. Chiamai subito il primario di Chirurgia Pediatrica e il primario della Terapia Intensiva Pediatrica. Corsi al Pronto Soccorso Pediatrico, saltando il triage perché sentivo che non c’era un minuto da perdere.
Chirurgo e anestesista, allertati dai primari, sono arrivati subito ma, nel giro di poco la situazione è precipitata. Il bimbo non respirava più per il gonfiore che schiacciava la trachea. L’intervento dei medici che lo hanno intubato è stato fulmineo, ma salvarlo è stato molto impegnativo.
Non potevo lasciare sola la mamma e le sono rimasta accanto fino a tarda notte, ma mentre lei piangeva sulla mia spalla, io avevo lo sguardo rivolto alla shock room e ho assistito ai momenti più critici. Non potrò mai dimenticare quegli attimi. Cercavo di dare forza alla mamma mentre ero consapevole che il piccolo era sospeso tra la vita e la morte.
Tutto si è poi risolto, il gonfiore non dipendeva dall’operazione perfettamente riuscita e in qualche giorno il bimbo è stato stubato, si è ripreso perfettamente e oggi sta benissimo, ma sarebbe bastato arrivare mezz’ora dopo e il bimbo non ce l’avrebbe fatta.
Per questo la mamma ha cominciato a chiamarmi ”il mio angelo”. Per me è stato un angelo vero a trattenermi in ufficio e a fare in modo che fossi ancora lì quando la mamma mi ha chiamato.
Durante le vacanze sono andata a trovarlo nel bellissimo posto dove abita.
Rivederlo sorridere per me è stata un’emozione fortissima e sapere di essere stata in qualche modo la sua salvezza mi commuove fino alle lacrime.
Alla sofferenza dei bambini non ci si abitua mai, neanche dopo 32 anni di volontariato.
Emanuela Crivellaro